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Storie di merende d’altri tempi: quali ingredienti semplici rendevano speciale ogni pausa pomeridiana

📅 27 Agosto 2026✍️ di Ruggero Palmisano⏱️ 5 min di lettura

Ricordo ancora il sapore della merenda di mio nonno, seduto sotto il portico della casa in Valpolicella. Pane tostato, formaggio duro e un bicchiere di latte appena tolto dalla botte. Niente di complicato, eppure ogni boccone racchiudeva una semplicità che oggi abbiamo quasi dimenticato. Quando la gente mi chiede come sia possibile che le merende d’una volta fossero così memorabili, rispondo sempre la stessa cosa: non era la ricerca della perfezione, era la ricerca della verità negli ingredienti. Quegli alimenti semplici raccontavano una storia, quella della campagna veneta, dei ritmi stagionali, della parsimonia che genera creatività.

Il pane, re delle merende contadine

Se devo scegliere un ingrediente che rappresenti tutto il significato della merenda d’altri tempi, dico subito il pane. Non il pane industriale di oggi, ma quello fatto in casa, cotto nel forno comune del paese una volta alla settimana. Mio bisnonno mi raccontava che una pagnotta doveva durare sette giorni, e il sapore cambiava ogni giorno. Dal primo, ancora tiepido, al settimo, quando era perfetto per essere inzuppato nel vino rosso o nel latte caldo.

Nel mio lavoro di ricerca delle ricette tradizionali, mi è capitato di recente di intervistare una signora di novanta anni che ancora prepara il pane in casa ogni dieci giorni. Mi ha mostrato come il pane del terzo o quarto giorno fosse il migliore per fare la merenda col formaggio. La mollica si era assestata, la crosta aveva sviluppato quella durezza che lo rendeva perfetto per essere affettato netto. Niente migliore per accompagnare un pezzo di casatella o di monte veronese.

L’errore che commettono molti oggi è pensare che il pane antico fosse una cosa complicata. In realtà servivano quattro ingredienti: farina, acqua, sale e lievito naturale. Il tempo faceva il resto. Quando preparo il pane seguendo il metodo di mio nonno, devo accettare che il risultato non sarà mai uguale al precedente, perché dipende dalla temperatura, dall’umidità, dalle variabili che Panificazione|la panificazione tradizionale non controlla con precisione come fa l’industria moderna. Ed è proprio in questa imperfezione che risiede la magia.

Formaggi, noci e miele: la ricchezza dei sapori semplici

La merenda veneta non era concepita come un momento separato dal resto della giornata. Era il collegamento tra il lavoro mattutino e quello pomeridiano, un recupero di energie che doveva essere veloce ma sostanziale. Per questo il formaggio era protagonista assoluto.

Mio nonno diceva che ogni stagione aveva il suo formaggio ideale. D’inverno quello invecchiato, duro, da rosicchiare lentamente. In primavera il casatello giovane, ancora cremoso. Ma era sempre accompagnato da una noce. Sì, una sola noce, non una manciata. La nutriva dalla tasca della sua giacca di tela, l’aveva raccolta l’autunno precedente e l’aveva conservata in una scatola di latta con la segatura. Quando la sgranocchiava insieme al formaggio, c’era un equilibrio gustativo che non ho mai più ritrovato da nessuna parte.

Il miele era un’altra costante, ma usato in modo molto specifico. Non spalmato direttamente, piuttosto sciolto in un cucchiaio di acqua calda e bevuto al termine della merenda, come una sorta di dessert liquido. Un lettore mi ha chiesto recentemente come mai in casa sua il miele non avesse mai lo stesso effetto. Ho capito subito: stava usando il miele da supermercato, pastorizzato e denaturato. Il miele antico era vivo, aveva ancora le note floreali del luogo dove le api avevano bottinato. Faceva una differenza colossale.

La polenta abbrustolita e il brodo caldo d’inverno

In inverno la merenda cambiava completamente. Quando il termometro scendeva, mio nonno mi preparava la polenta del giorno precedente, affettata e abbrustolita sulla piastra di ferro del camino. Non era dolce, era salata, a volte accompagnata da un sugo di ragù leggero o da un formaggio grasso che si scioglieva sulla polenta ancora calda. Era uno dei piatti più confortanti che abbia mai assaggiato, e tuttavia composto da ingredienti che chiunque aveva a casa.

Molti mi domandano come sia possibile che una merenda così spartana diventasse il momento più atteso della giornata. La risposta è nel contrasto: dopo ore di lavoro nei campi, quella polenta era come un’oasi. Non era una questione di sofisticazione del piatto, era l’improvviso passaggio dal fatico al riposo, la sensazione del calore che scaldava le dita gelate.

D’inverno, inoltre, si beveva il brodo. Brodo vero, non dado, fatto con le ossa di pollo o di manzo che la nonna bolliva da ore con una cipolla e un ramo di rosmarino. Quel brodo veniva conservato in una pentola di terracotta, coperto di grasso di maiale per mantenerlo fresco. Alla merenda, si riscaldava, si versava in una tazza e si mangiava insieme al pane raffermo. Era nutrimento puro, senza fronzoli.

La ricetta della felicità non è nei grammi

Oggi quando preparo una merenda nello stile d’una volta per gli amici nei fine settimane, noto sempre la stessa cosa: la gente rimane sorpresa da quanto poco basti per stare bene. Un pezzo di pane fatto in casa, un formaggio buono, magari una mela cotta nel forno. Niente più. Eppure escono da quella esperienza più saziati di quello che lo sarebbero stati davanti a una merendina confezionata carica di zuccheri.

L’insegnamento principale che ho tratto dalla cucina di mio bisnonno è che la qualità degli ingredienti permette di cucinare senza stress. Se il pane è buono, il formaggio è buono, l’acqua è buona, qualsiasi combinazione sarà buona. Non serve ricetta, non serve tecnica sofisticata. Serve solo rispetto per quello che la terra ha dato.

Quando scelgo gli ingredienti per le mie ricette, non guardo i prezzi, guardo la provenienza. Cerco il pane di chi lo fa ancora con i lieviti naturali. Cerco il formaggio di una latteria piccola dove sanno il nome della mucca. Cerco il miele del mese in cui è stato fatto. Proprio come faceva mio nonno, che non aveva internet ma aveva il buonsenso.

Le merende d’altri tempi non erano speciali per magia. Erano speciali perché ogni ingrediente aveva una storia, un’origine, un significato. E nel mondo moderno, dove tutto è standardizzato e anonimo, ritornare a quelle semplici combinazioni non è nostalgia. È un atto di consapevolezza.

Ruggero Palmisano

Ruggero ha trascorso l’infanzia tra i vigneti della Valpolicella, imparando ad amare la cucina veneta dal bisnonno. Oggi coltiva la sua passione cucinando per amici nei fine settimana, documentando passo per passo ricette locali di antica memoria.

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